(autoprodotto) Debutta questa band italiana, nata nel cuore della Sardegna. Una band in circolazione da tempo, una band che ha percorso chilometri, vissuto tra furgoni, tende, backstage e palchi. Una band con gavetta, con esperienza. Con passione. Il nocciolo duro è un duo, il vocalist Mario Fancello e il chitarrista Andrea Ledda, ma per andare in giro servono gli altri musicisti, serve essere una vera band, ed ecco che sembrano stabili anche i tizi della divisione ritmica, ovvero Andrea Burattin alla batteria e Nicola Ceccato al basso. (altro…)
(Heavy Psych Sounds) Momenti di eleganza, attimi di mistero, un’intensità divorante e pesantezza. Intarsi di magia e striature di suoni. I Lord Elephant sono l’essenza di un sound superiore. (altro…)
(Century Media Records) La storia del black metal non può esistere senza di loro. Forse il black metal continua a perseverare, a esistere, solamente per il fatto che questa band esiste ed è in attività, quasi come un leader oscuro, una guida di dannazione spirituale, una torcia di fuoco nero che ogni altra band devota a questo genere deve seguire. Sono quarant’anni di storia, di mistero, di pagine di cronaca, di avvicendamenti nella formazione… forzati o meno. (altro…)
(Nuclear Blast Records) Album intenso e intelligente per i danesi Møl, i quali giungono al terzo full length. Blackgaze, post black e un tocco consistente di modernità, quasi pop: un mix strano, quasi inconcepibile, eppure efficiente e molto potente. Brani laceranti, travolgenti, che parlano di sogni. (altro…)
(Apollon Records) Dietro una bellissima copertina, appare incredibile la resa sonora che questi debuttanti concentrano in meno di quaranta minuti di musica. Il trio di Stavanger, in Norvegia, cattura l’attenzione con musica affascinante, musica attraente, melodie geniali, hook superlativi e linee vocali irresistibili della frontwoman Sarah Hestness. (altro…)
(ROAR) Attivi da oltre vent’anni, ma con una carriera discografica iniziata seriamente nel 2020, i norvegesi Course of Fate sono stati paragonati a band quali Queensrÿche, Pink Floyd, Dream Theater, Soen e Pain of Salvation, con due dischi — precedenti a questo — che la stampa ha accostato a capolavori come “Operation: Mindcrime”, “Scenes from a Memory” e perfino “The Wall”. (altro…)
(Blood Blast Distribution) Tanto schietti e scatenati quanto moderni. Tanto groove metal quanto elettronici. Con i tedeschi Dagger Threat non ci si annoia: brani brevi (raramente oltre i tre minuti / tre minuti e mezzo), carichi di potenza, farciti di breakdown, di cambi di tempo, che confermano il loro esaltante mix di hardcore, groove, death e nu metal. (altro…)
(Club Inferno Ent.) I Noirnoise potrebbero riscuotere un consenso trasversale tra gli amanti del rock. Il loro retroterra musicale, che emerge attraverso le canzoni del nuovo album “Plant Resilience”, porta in dote l’alternative rock, il grunge, l’hard rock, elementi (altro…)
(Avantgarde Music) Dissonanti. Sperimentali. Maledettamente sulfurei. Una galassia di atmosfere estremamente inospitali. Il black metal degli italiani Gorrch non è per tutti. Anzi, forse è per pochi, pochi eletti, pochi devoti, poche menti brillanti nella loro nebbiosa visione di un mondo che sta crollando sotto il suo stesso peso. (altro…)
(DiSTAT Records) Skaraborg è in Svezia ed è la città nella quale sono nati i Wolfbrigade, Asta Kask e Anti Cimex. Da questa culla della rabbia e protesta spuntano anche i Bödel, un quartetto con alla voce Leya che non arriva a venti anni di età. Questi quattro matti (altro…)
(Art Of Melody Music & Burning Minds Music Group) Brillanti, melodici, intensi ma mai troppo heavy: dopotutto il loro territorio è palesemente l’AOR, il Westcoast, con quello sound à la Toto… cosa naturale, visto che gli italiani Mindfields nacquero proprio come tribute band dei Toto, tanto che il moniker stesso richiama l’album della band americana uscito nel 1999. (altro…)
(BLKIIBLK Records) Ci sono due modi per approcciarsi al diciassettesimo album dei Megadeth, lavoro auto intitolato e caratterizzato da una copertina dove prevale il bianco, quasi in contrapposizione agli amici/rivali Metallica, il cui album eponimo è universalmente conosciuto come il ‘Black Album’. Il primo approccio è quello di considerare “Megadeth” semplicemente come l’ultima fatica della band statunitense, con un bilanciamento tra episodi thrash in linea con i precedenti ottimi lavori “Dystopia” e “The Sick, The Dying… And The Dead!” e i mid-tempo tipici degli album degli anni ’90 come “Countdown To Extinction”, “Youthanasia” e “Cryptic Writings”, con qualche richiamo a episodi recenti come “Th1rt3en” e “Super Collider”, bollandolo come un album ben fatto, suonato in maniera impeccabile nel tipico stile dei Megadeth. Il secondo approccio è quello di considerare “Megadeth” come l’epitaffio discografico di una band che, nelle sue varie incarnazioni, ha marchiato in maniera indelebile gli ultimi quarant’anni di storia della musica metal. Una sorta di celebrazione, un greatest hits composto da inediti, dove ogni brano rispecchia una fase della carriera della formazione capitanata dal leggendario Dave Mustaine; ecco che, considerato da questo punto di vista, “Megadeth” assume un significato diverso, diventando il sunto di una storia che si chiude con il finale da brividi di “The Last Note”, dove Mustaine recita le parole ‘I Came, I Ruled… And Now I Disappear’. Dal punto di vista prettamente musicale, l’album presenta episodi thrash, come l’opener “Tipping Point”, che apre il disco esattamente come si era concluso il precedente, tra riff veloci e taglienti, grandissimi assoli e un bellissimo rallentamento centrale. “Let There Be Shred” è una brutale dimostrazione di eccellenza tecnica da parte di Dave e del nuovo chitarrista Teemu Mäntysaari, forse il chitarrista più vicino ai virtuosismi di un certo Marty Friedman che la band abbia avuto, tanto che sono convinto che, se fosse arrivato qualche anno prima, ne avremmo ascoltate delle belle, senza nulla togliere al magnifico lavoro svolto dal predecessore Kiko Loureiro. “I Don’t Care” rispolvera quell’attitudine punk che ha caratterizzato Dave nelle fasi più tossiche, come “So Far, So Good… So What?”, o ancor più su “The Craving”, grande disco purtroppo sottovalutato del progetto M.D.45, una sorta di versione punkeggiante dei Megadeth. “Puppet Parade” richiama i migliori momenti di metà anni ’90, perfetta e riuscitissima via di mezzo tra “Almost Honest” e “Angry Again”, mentre “Made To Kill” suona come una “Take No Prisoners” se fosse stata composta per “Dystopia”, candidandosi a essere uno dei migliori brani dell’album e riportandoci al thrash puro, duro e crudo. “Obey The Call” ricorda in qualche modo “New World Order” per come è costruita: mid-tempo roccioso che richiama l’era di “Youthanasia”, con un’accelerazione thrashy nel finale. “I Am War” è oltremodo ruffiana, richiamando episodi mainstream ma non per questo meno riusciti come “A Secret Place” o “Have Cool, Will Travel”. “The Last Note” è l’apice in quanto a pathos, l’ultima canzone in ordine cronologico scritta da Mustaine ad apparire in un disco dei Megadeth, e già questo fa emozionare un fan devoto come il sottoscritto… Se poi il pezzo è anche un piccolo capolavoro, tra chitarre acustiche, grandi assoli e un testo toccante, allora l’emozione si taglia con il coltello. Un disco che si conclude con “Ride The Lightning”, brano al quale Dave aveva partecipato in fase di composizione, quindi da non considerarsi tanto una cover, quanto la chiusura di un cerchio e un modo di riappacificarsi con un passato per il quale ha sofferto molto dal punto di vista umano, ma dal punto di vista artistico quella rabbia ha permesso la nascita dei leggendari Megadeth. Quarantatré anni di carriera in cui Dave, coadiuvato da svariati sodali, ha sfornato almeno tre capolavori e una manciata di album di grande spessore artistico. Grazie di tutto, Dave Mustaine!
(Magnetic Eye Records) Nella lunga serie di tribute proposti negli ultimi anni dalla Magnetic Records c’è stato nell’appena trascorso 2025 anche spazio per due tribute ai Nine In Nails. Nello specifico un Best Of e il succitato tributo all’album più importante (altro…)
(Street Symphonies Records / Burning Minds Music Group) Trio al debutto, ma supportato da una manciata di ospiti di altissimo livello (bassisti in primis): i Mayhem Mavericks nascono dalle ceneri degli Alchemy e si sentono più forti che mai nel proporre il loro hard & heavy melodico, a tratti glam o sleaze, ma molto AOR, con un gusto melodico incredibile, chitarre e tastiere sublimi, il tutto dominato da linee vocali perfette e da brani che invitano a cantare, a lasciarsi andare. (altro…)
(Osmose Productions) Mortheos riemerge con il secondo album realizzato con il nome di Sanctvs. Membro di alcune band black metal della scena canadese (Atramentus, Gevurah e altre), il musicista aveva precedentemente pubblicato nel 2019 l’album (altro…)
(Caligari Records) Cazzo che figata! 2026… il mondo è in mano a pazzi ancora più pazzi, influenzati dall’intelligenza artificiale, dai social e dalle fake news… eppure da qualche bassofondo della fredda Finlandia c’è ancora qualcuno che mette in giro, come debutto, un demo vecchia scuola: roba con copertine impresentabili arricchite dai titoli dei pochi brani contenuti. (altro…)
(Trollzorn Records) “Ascheregen”, il decimo album degli Obscurity, intreccia ogni elemento che ha caratterizzato lo stile sonoro della band dagli albori a oggi. Nati in Germania alla fine degli anni ’90, gli Obscurity sono il prodotto del melodic death metal più classico, il (altro…)
(Massacre Records) I death metallers tedeschi Discreation sono in circolazione da un bel po’. Il debutto risale al 2006, anche se il primo EP è datato 2003. In vent’anni hanno pubblicato sei dischi, l’ultimo dei quali “Iron Times”, uscito nel 2023. Ora tornano, dopo tre anni, con lo stesso album in edizione 2025… come mai? (altro…)
(Season of Mist) Ambient, fusion e nordic fusion, modern jazz, avant-garde jazz. Il tutto in bianco e nero, con un moniker che in islandese significa “qui”, con un’impostazione che strizza l’occhio al dark americana, con una provenienza inaspettata: Polonia. (altro…)
(Avantgarde Music) Il finlandese Vechi Vrăjitor (ovvero Juuso Peltola) è coinvolto in molteplici progetti, anche se probabilmente Old Sorcery è il suo figlio prediletto: una one-man band che all’attivo ha già ben sette dischi in meno di un decennio di attività. (altro…)
(Napalm Records) Amo i Therion. Li ho sempre amati. Fino a “Sitra Ahra” sono stati rivoluzionari. Con “Les Fleurs Du Mal” hanno sconvolto la scena, uscendone vincenti, anzi trionfali. Una lunga pausa e poi sono venuti “Beloved Antichrist” e i tre “Leviathan”: dischi immensi, dischi di alto livello tecnico ma, diciamocelo, incapaci di superare le innumerevoli pietre miliari del passato. (altro…)
(Arising Empire) Un po’ come il buon vino, i Lionheart migliorano con il tempo; fa davvero piacere constatare come, dopo una ventina d’anni, la formazione californiana abbia mantenuto elevato il livello di rabbia, potenza e tamarra aggressività, consolidando, album dopo album, il proprio ruolo nella scena hardcore californiana e guadagnandosi il rispetto anche di formazioni provenienti dalla East Coast come i Madball, band con la quale, insieme a Gideon e Slope, sta intraprendendo un tour europeo proprio a inizio 2026. (altro…)
(Blues Funeral Recordings) Il viaggio musicale dei Temptress inizia nella città di Dallas nel 2019. Pubblicato un album per la Metal Assault Records, “See” nel 2023, la band ha poi passato molto tempo on the road nel Nord America. “Hear” è il secondo lavoro (altro…)
(Massacre Records) È il secondo album per i tedeschi Roth con il loro dark metal. Un po’ dark metal, un po’ Neue Deutsche Härte… il confine è sottile e c’è sicuramente la strada spianata dai Rammstein per rendere appetibili queste sonorità e queste linee vocali in lingua madre. (altro…)
(Invictus Productions) Giungono al full length di debutto i cileni Oraculum, a distanza di ben nove anni dall’EP “Always Higher” e preceduto da quel piccolo capolavoro di estremismo sonoro intitolato “Sorcery Of The Damned”, risalente al 2014. (altro…)
(autoprodotto) Altro capitolo nella storia di questo trio svizzero, il quinto. Liberi, libertini, leggeri, sfacciati, spensierati: il loro rock è iniziato dagli inferi dell’indie, ma è arrivato a palchi importanti, supportato da esibizioni corpose, concerti di due ore ricchi di improvvisazione e groove. (altro…)
(Moment of Collapse Records / Silent Pendulum Records) Dopo due dischi con la Metal Blade, gli spagnoli Syberia firmano con etichette più orientate al loro post metal strumentale tornando, dopo quattro anni, con un nuovo incisivo album. Il quartetto guarda dentro a se stesso, guarda alle proprie origini, dando vita a un disco e a cinque imponenti brani, tutti con titoli in catalano, la loro lingua madre, quasi cercando un passo verso un rafforzamento della propria identità, approfondendo concetti e suono. (altro…)
(Dusktone) In circolazione da più di trent’anni, gli italiani Handful of Hate sono stati prolifici nel tempo, dando la natalità a ben sette album prima di questo nuovo lavoro, il quale vede la luce dopo un tempo molto lungo dal precedente “Adversus”: ben sette anni! (altro…)
(Flowing Downward) È legata alla sottoetichetta di Avantgarde Music questa perla di black atmosferico svedese. One man band che vede come mastermind M. (Aeon Moon, Arboreal Trance, Autumn’s Dawn, Skuggor, nonché live per Austere e Germ), la quale giunge al terzo capitolo: malinconico, oscuro, decadente, deliziosamente freddo. (altro…)
(Ripple Music) Hanno un passo sinuoso e quasi ipnotico in certi passaggi, allo stesso tempo i Godzillionaire hanno qualcosa che li rimanda ai Pearl Jam, The Jesus Lizard e cenni dei Doors e soprattutto con principi stoner, fortemente grunge e con spunti sludge. Un (altro…)
(Comatose Music) Nel 2022 gli Architectural Genocide hanno pubblicato l’album d’esordio “Cordyceptic Anthropomorph” (QUI recensito), proponendosi (altro…)
(Purity Through Fire) Gli svedesi Greve giungono al terzo lavoro, dimostrando di essere fermamente convinti della loro idea di un black leggermente sinfonico, ricco di melodia, tuttavia capace di crudeltà e di una certa dose di aggressività. Hanno sicuramente aggiustato il tiro dal primo “Nordarikets Strid”, con la voce gelida dell’ex membro Lik (Balwezo Westijiz, Bekëth Nexëhmü), e pure dal secondo “Föllo af Svavel, Lifvets Dimridå”, il quale era forse un po’ più epico, diventando ora più pieni, più complessi, più ricchi di groove e più dannatamente diretti e coinvolgenti. (altro…)
(Steamhammer) La nitroglicerina contenuta in “Same Drug New High” è una mistura speciale che vede tra i propri ingredienti, il punk, i Motörhead, lo street rock, i Backyard Babies e i Buckcherry: il tutto per rendere deflagrante l’album. In poco meno di quaranta (altro…)
(Nuclear Blast Records) Gennaio 2023 usciva il favoloso album omonimo… e ora rieccoli puntuali con un nuovo lavoro, il sesto! La band tedesca, quasi erroneamente classificata sotto l’etichetta ‘symphonic metal’, offre un metallo deciso, potente, groovy, a tratti anche piacevolmente aggressivo, il tutto sorretto dall’efficace ugola di Jennifer Haben: una voce calda, schietta, alla quale non interessa minimamente far parte della vasta schiera di soprani che popolano questo genere. (altro…)
(Inked Owl) Suono super moderno per questa band austriaca al debutto. Un disco emozionale, una profonda riflessione sul significato di essere umani, di appartenere al genere umano con tutte le sue fragilità, tutte le sue assurdità, tutto il lato bizzarro ma anche quello geniale, oltre che quello… letale. (altro…)